Il recente "Norimberga" ha richiamato alla memoria la fine di Hermann Göring e altri criminali di guerra nazisti, condannati dalle potenze vincitrici del Secondo Conflitto Mondiale. Non fu così per il medico Josef Mengele (1911-1979), membro delle SS e responsabile di crudeli esperimenti sui prigionieri ebrei e rom di Auschwitz-Birkenau. Il cosiddetto "Angelo della Morte" riuscì a fuggire dalla Germania nel 1949, iniziando una latitanza trentennale tra Argentina, Paraguay e Brasile. Ed è su questo periodo che si concentra "La scomparsa di Josef Mengele", il nuovo film del regista russo Kirill Serebrennikov, distribuito da Europictures dal 29 gennaio, dopo l'anteprima mondiale a Cannes e quella italiana al Trieste Film Festival. La pellicola offre uno sguardo profondo sulla fuga e la successiva vita clandestina di Mengele, interrogandosi sulla natura della giustizia e la psicologia di un uomo che ha commesso atrocità inimmaginabili.
Tratto dal romanzo di Olivier Guez, il lungometraggio di Serebrennikov affronta la complessa questione del rapporto tra giustizia umana e divina, e tra il crimine e la punizione. La scelta di girare il film in bianco e nero, fatta eccezione per le sequenze ambientate ad Auschwitz che mostrano un giovane Mengele con una famiglia e una promettente carriera, sottolinea la lezione di Hannah Arendt sulla banalità del male. Il regista ci conduce nella mente di uno dei più grandi criminali del Novecento, osservando l'orrore da vicino e mostrando come i "mostri" non siano sempre dissimili dalle persone comuni. Mengele si considera un brillante scienziato e non un'incarnazione del male assoluto, poiché riteneva che molti altri medici agissero come lui nei campi di concentramento. Serebrennikov indaga l'umanità di questo carnefice carismatico, spietato e paranoico, orgoglioso del suo ruolo nel regime nazista, ma senza concedergli alcuna pietà, né la sua né quella dello spettatore.
La Fuga del “Dottore della Morte” e la Ricerca della Giustizia
Il film "La scomparsa di Josef Mengele" di Kirill Serebrennikov narra la storia del medico nazista Josef Mengele, noto come l'"Angelo della Morte" di Auschwitz, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Diversamente da altri criminali nazisti processati a Norimberga, Mengele riuscì a eludere la giustizia, fuggendo in Sud America nel 1949. La pellicola esplora i tre decenni della sua latitanza, che lo videro spostarsi tra Argentina, Paraguay e Brasile. Il film indaga le sue metodiche strategie di occultamento per evitare qualsiasi processo, culminando nell'incontro con il figlio, che lo costringerà a confrontarsi con il suo terrificante passato. Serebrennikov offre una prospettiva unica sulla fuga e la clandestinità di un uomo le cui azioni hanno lasciato un'impronta indelebile nella storia, ponendo interrogativi fondamentali sulla giustizia e l'impunità.
La trama si concentra sulla vita clandestina di Josef Mengele dopo la Seconda Guerra Mondiale, in cui il criminale nazista, responsabile di orribili esperimenti umani ad Auschwitz, cerca di rifarsi una vita in Sud America. Attraverso i suoi spostamenti da Buenos Aires al Paraguay e al Brasile, "La scomparsa di Josef Mengele" esplora la meticolosa organizzazione della sua sparizione per eludere ogni forma di processo. Il film culmina con l'incontro tra Mengele e suo figlio, un momento che lo costringe a confrontarsi con gli orrori del suo passato. Questa narrazione offre uno sguardo intimo e perturbante sulla psiche di un individuo che ha cercato di sfuggire alle conseguenze delle sue azioni, evidenziando il conflitto tra il desiderio di oblio e l'inesorabile richiamo della memoria storica e della responsabilità individuale.
L'Analisi del Male: Tra Banalità e Orrore
Il film di Kirill Serebrennikov, basato sull'opera di Olivier Guez, si propone di esaminare il profondo e complesso rapporto tra la giustizia, sia essa terrena o divina, e le dinamiche del delitto e della punizione. La scelta stilistica di girare la pellicola in bianco e nero, con l'eccezione delle scene ambientate ad Auschwitz che ritraggono un Mengele più giovane e con una vita apparentemente normale, riflette chiaramente la lezione di Hannah Arendt sulla "banalità del male". Questa impostazione visiva sottolinea come i responsabili di atrocità possano non essere sempre figure riconoscibilmente mostruose, ma persone comuni, quasi indistinguibili dagli altri. Serebrennikov, adottando il punto di vista di Mengele, ci invita a esplorare la mente di un uomo che si percepiva come un brillante scienziato, disconoscendo la sua natura di male assoluto, poiché si considerava parte di un sistema più ampio.
Il lungometraggio guida lo spettatore in un'esplorazione inquietante e profonda della mente di Josef Mengele, uno dei più efferati criminali del Ventesimo secolo. Serebrennikov non cerca di umanizzare il "Dottore della Morte" nel senso di assolverlo, ma piuttosto di sondarne la psiche, mostrando come egli non si riconoscesse come l'incarnazione del Male, ma piuttosto come un individuo che operava all'interno di un contesto in cui altri medici facevano lo stesso. Il regista ci conduce a osservare da vicino l'orrore attraverso gli occhi di un uomo carismatico, spietato e paranoico, profondamente orgoglioso del suo ruolo nel regime nazista. Il film, pur scavando nella sua umanità contorta, nega qualsiasi forma di compassione, sia da parte del regista che dello spettatore, per le sue azioni. Questa scelta narrativa mira a presentare una rappresentazione cruda e disincantata del male, costringendo il pubblico a confrontarsi con la complessità e l'ambiguità di figure storiche così controverse.